VertiKal di Punta Martin

VertiKal di Punta Martin

“Il Martin è il Martin”.

Ho sentito così tante volte questa frase che alla fine mi son deciso ad andare a vedere cosa significasse, quale fascino misterioso nascondesse quel crudo e nebbioso cocuzzolo. Così eccomi qui: sveglia ore 06.30, cinque ore di sonno scadente all’attivo, giusto per non prendersi troppo sul serio e via, verso Acquasanta beach. Sarà la mentalità da (pseudo) ciclista, sarà che negli ultimi 3 anni ad ottobre mi son sempre concesso un bel mesetto di stop per qualche infortunio, ma una gara a fine Novembre mi sembra tanto un viaggio nell’ignoto quanto un duro ed implacabile giustiziere, pronto a far pentire gli avventori meno in forma.

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Due chiacchere con Roberto ‘Fluido’ Beretta

Due chiacchere con Roberto ‘Fluido’ Beretta

Nel 2007 il Mau Scilla estrasse a sorte il pettorale per l’ anno successivo del Trail del Monte Casto, ma per la gara lunga che all’epoca era 42 km. Nel luglio del 2008 mi diagnosticarono una malattia attualmente incurabile a cui tutt’ora non credo ma che sento dentro di me a tratti (ed e’ il 2017). Andai al Casto con lo scopo di riprendere in mano la mia vita e ancora con i postumi di un prelievo di midollo.  Conobbi in quella occasione Roberto Beretta, in arte Fluido, che mi accompagnò in ultima posizione al traguardo. Fu molto importante per me.

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Dilettantismo e professionismo

Dilettantismo e professionismo

Yuki Kawauchi sogna di correre la maratona di Parigi. Difficilmente riuscirà a scendere sotto le due ore e otto minuti, suo personale stabilito nel 2013, anche se molto probabilmente ripeterà i tempi che lo hanno fatto arrivare in più competizioni alle spalle degli atleti Kalenji keniani e Oromo etiopi. Ma quelli, si sa, con quella manciata di minuti e secondi che li separano da Kawauchi, corrono sopra un soffitto di vetro che un bianco professionista difficilmente riesce a sfondare.

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Appunti di TOR

Appunti di TOR

Sono passate ormai alcune settimane dal Tor des Geants, ed ogni volta che penso ai mesi di preparazione e a quelle 40 ore di gara, vado in blocco. E’ una danza di “se” e di “ma”, un alternarsi tra la sensazione di aver vissuto a mille per due giorni e quella di esser rimasto sospeso nel vuoto per tutto quel tempo. Proverò un’ultima volta a riavvolgere il nastro di questa avventura perché non farlo sarebbe come lasciarla inconclusa, ma vi avverto: questa non è una storia a lieto fine. Non c’è nessun arrivo trionfante sul traguardo, nessun pianto sul Malatrà. Per quelli dovete cercare altri racconti, altri eroi.

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