Io adesso corro perché prima

Io adesso corro perché prima

Io adesso corro perché prima bevevo troppo.
Ma non nel senso che prima bevevo troppo e allora adesso corro per ristabilire una dignitosa condizione fisica. Il senso è: il motivo per cui io adesso corro è lo stesso per cui prima bevevo troppo.
Al trentottesimo chilometro di una maratona, o all’ottavo bicchiere di whisky, si è soli in una maniera completa, atroce: il mondo non ha alcuna possibilità di scalfirci, perché noi non possiamo più in alcun modo metterci in competizione con lui.
Dissolta ogni certezza, ogni consapevolezza, stiamo e nulla più: come una casa, un albero, l’insegna di una tabaccheria. E quanto sono belli, da vedere, una casa, un albero, l’insegna di una tabaccheria; sono giusti.
Finalmente anche noi, al trentottesimo chilometro di una maratona o all’ottavo bicchiere di whisky, abbiamo trovato una posizione giusta nel mondo.
Correre, come bere (e come scrivere), ci ricorda che in verità non apparteniamo alle nostre fantasie di successo; ci ricorda che siamo al mondo non per appropriarcene ma per abbandonarci al suo ritmo. Siamo al mondo non perché si vinca noi, ma perché vinca lui.
Siamo al mondo per servire.

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