VertiKal di Punta Martin

VertiKal di Punta Martin

“Il Martin è il Martin”.

Ho sentito così tante volte questa frase che alla fine mi son deciso ad andare a vedere cosa significasse, quale fascino misterioso nascondesse quel crudo e nebbioso cocuzzolo. Così eccomi qui: sveglia ore 06.30, cinque ore di sonno scadente all’attivo, giusto per non prendersi troppo sul serio e via, verso Acquasanta beach. Sarà la mentalità da (pseudo) ciclista, sarà che negli ultimi 3 anni ad ottobre mi son sempre concesso un bel mesetto di stop per qualche infortunio, ma una gara a fine Novembre mi sembra tanto un viaggio nell’ignoto quanto un duro ed implacabile giustiziere, pronto a far pentire gli avventori meno in forma.

Ed il Vertikal di Punta Martin (ma quanto è tamarra la K?) è innanzitutto questo: un cinico e clinico tagliatore di teste. La montagna, la salita ed il cronometro non mentono. Ed i dati lo confermano: con 190 battiti (!) medi, 197 massimi  normalmente sarei già in codice rosso su un’ambulanza, oggi sono semplicemente scoppiato.

Qui prova ad inserirsi lo spirito filosofico-panteistico-ambientalista dell’amante della montagna: “Ma che ne sa il cardio delle mani che afferrano la roccia, del panorama che ti accompagna in ogni passo, della nebbia che lascia solo intravedere la vetta?!”

Niente, questo è vero. Ma il Martin non è introspezione. E’ poesia, questo sicuro, ma solo quando sei arrivato in cima e hai scoperto di essere ancora vivo, solo ora che mi son messo a scrivere sta assumendo i connotati epici di un’ascesa all’Olimpo. Quei cinque chilometri sono fatica pura, una magia che corre su quel filo che separa gli sforzi lunghi, in cui è concessa anzi incentivata l’introspezione, da quelli più intensi ma di troppo breve durata per essere apprezzati davvero. Conta solo il momento.

Conto alla rovescia e già ho il cuore in gola. Parto e mi prendo cinque minuti di assestamento per iniziare il mantra del “parti piano, non strafare” e prontamente mandarlo a farsi benedire, poi inserisco il pilota automatico. Ora esistono solo il prossimo passo, il prossimo gradino, il prossimo concorrente da andare a prendere. Non esistono più l’università, gli amici, le birre. Qualsiasi pensiero, qualsiasi preoccupazione spariscono. Distrarsi significa uscire da questa vita che deve solo durare il minor numero di minuti possibile. Significa morire.

Le creuze lasciano il passo ai sassi, la salita diventa quasi un’arrampicata, il cervello chiede ossigeno, torna alla mente un inatteso  incitamento pre-partenza da parte di un’improbabile coach: Uhm la consideriamo una distrazione o nuova energia? Ma siamo già ad una domanda di troppo, maledizione sto pensando, torniamo al pilota automatico! Si vede la vetta ed è quasi un’apparizione fantozziana, guardo il cronometro e tiro fuori la rabbia per aggredire gli ultimi metri, ma le energie sono finite, i passi sono ormai incerti. Ultimi tornanti,ed arrivo senza quasi accorgermene, tanto ero piegato in due. E’ fatta, è finita.

Torno a respirare, riacquisto lucidità ed un po’ di poesia. Si torna alla vita. Ora posso concedermi un po’ di poesia. Amo questi sforzi, queste salite à bloc, son quelli che mi fanno sentire più vivo. Ma certo non basta questo a spiegare cos’è il Martin. Bisogna inserire il panorama, ora che si ha il tempo e la lucidità di guardarsi intorno, un po’ di nebbia, il mare ed il porto 1001 metri più in basso.

Poi bisogna tornare alla partenza, ma senza fretta, ed aggiungere all’elenco la focaccia (ciao, Milano) di Priano, il divertimento di guardare i piazzamenti e, soprattutto, il severo giudizio del cronometro. La formula, con una partenza ogni 20” è carina, e mantiene una certa socialità pur rendendo meno trafficato l’erto sentiero. Il resto lo fanno le persone ed il piacere di respirare ancora un po’ di spirito trail, prima di iniziare a pensare al prossimo anno.

Insomma, il Vertikal di Punta Martin è una gara crudele, che ti piega in due ma ti costringe a tenere gli occhi rivolti verso il cielo. E’ una fortunata combinazione di percorso, buona organizzazione e simpatia che cade semplicemente nel momento giusto. Non riuscirei ad immaginare questa gara in primavera, non potrei sopportarne l’idea in estate; questa volta il meteo è stato clemente e ci ha concesso una giornata da maniche corte, senza comunque farci mancare una piccola dose di foschia, per non far sentire troppo spaesati i veterani della corsa e chi aspettava da mesi il freddo improvviso che colpisce appena ci si ferma a far le foto davanti alla croce  di vetta. Potrebbe nevicare e, anche se forse non si raggiungerebbe il tetto massimo di iscritti, i veri amanti del Martin non si scomporrebbero, perchè in fondo una volta partiti esistono solo quei cinque maledettissimi chilometri ed  il thè caldo dopo l’arrivo.

Perché sì, il Martin è il Martin, ma lo è davvero solo un weekend all’anno.

Chi lo ha scritto