Due chiacchere con Roberto ‘Fluido’ Beretta

Due chiacchere con Roberto ‘Fluido’ Beretta

Nel 2007 il Mau Scilla estrasse a sorte il pettorale per l’ anno successivo del Trail del Monte Casto, ma per la gara lunga che all’epoca era 42 km. Nel luglio del 2008 mi diagnosticarono una malattia attualmente incurabile a cui tutt’ora non credo ma che sento dentro di me a tratti (ed e’ il 2017). Andai al Casto con lo scopo di riprendere in mano la mia vita e ancora con i postumi di un prelievo di midollo.  Conobbi in quella occasione Roberto Beretta, in arte Fluido, che mi accompagnò in ultima posizione al traguardo. Fu molto importante per me.

 

Fluido ti conoscono in tanti  e sei una voce importante nel mondo trail, ma cosa si nasconde dietro ai tuoi occhiali da sole?

Per fortuna sono dei semplici occhiali da sole, e tutto sommato anche trasparenti. Non si nasconde proprio niente, quello che si vede di me nel trail è quello che sono.  Sicuramente testone e determinato , ma che vuole credere che il “risultato” non sia solo un numero, ma un modo di vivere questa passione verso l’offroad.

 

Ha iniziato a seguirti Hoka One One. Quanta corte ti ha fatto e come e’ nato questo nuovo amore?

Ah, ah, ah! Nessuna corteggiamento . Dopo anni di collaborazione con Tecnica erano venuti meno i motivi di un proseguire con loro. Ho così deciso di ritenermi libero. Un amico mi dice che Hoka cerca atleti, fa il mio nome e poi mi da il numero di telefono del direttore marketing del brand.  Fortuna che subito a pelle, ancora prima di provare le scarpe, con lui mi trovo in sintonia. Mi faccio spedire le scarpe, faccio passare qualche giorno di prova per abituarmi a una scarpa per i miei piedi “rivoluzionaria”, ci rifletto ancora un po’, perchè  i piedi sono miei e non mi interessa un ‘tag’ tanto per averlo. E alla fine mai scelta fu più azzeccata.

 

Poche settimane fa hai concluso la PTL, che secondo me rimane ancora la gara per eccellenza. Ci vuoi raccontare di questa pazzesca esperienza?

Raccontare 300 km non è possibile. Succedono troppe cose, ci vorrebbero quasi le 130 ore impiegate per raccontarle tutte e questo perchè alla PTL si vive ogni momento e ognuno di questi è una storia. Sicuramente devi annientare il proprio io, e  avere tanta pazienza.  Poi deve scegliere compagni di squadra con i quali vai d’accordo a tal punto che se anche ti mandi a quel paese non è la fine del mondo.  Serve poi tanta determinazione e lucidità, perchè viaggi col GPS giorno e notte e le difficoltà e gli errori che si riscontrano sono numerosi. Il meteo croce e delizia, estate all’inizio e inverno alla fine. Escursioni di 30 gradi sono difficili da gestire, al pari del sonno che poi ti assale e ti fa vacillare. Resta poi l’emozione dell’arrivo, dove tante persone ma soprattutto tanti amici sono lì ad aspettarci. Insomma è uno spettacolo e tu ne sei protagonista.

 

Penso non ci sia un prezzo quando si percorrono km in montagna e poi ci si siede con amici a chiacchierare, che valore dai a questi momenti?

Bhé, dai mi hai conosciuto mentre ero scopa al Casto, e sai quanto mi sono e ci siamo divertiti. Non è dare un valore a questi momenti,  “é” il motivo per il quale sono da anni in questo mondo. Non vi è prezzo poter unire sentieri e amicizia. E’ la differenza rispetto agli sport che avevo praticato sino allora. Poi cosa vuoi in questo mondo c’è ancora gente genuina che ti far star bene già con la sola presenza e io non chiedo di meglio.

 

Raccontaci i 3 momenti che non scorderai mai da quando hai allacciato e usato le scarpe da trail.

Sono veramente tanti i momenti, perchè spero sempre di cogliere qualcosa di buono ovunque vado.  Se però devo prenderne tre: quest’anno la mia prima vittoria… noooooo! Non fraintendermi, a me vincere non importa. Hai presente quando il tuo più grande e unico tifoso è tuo figlio? Ecco tu immagina che ogni gara che partecipi ti chiede se hai vinto e tu per decine di volte rispondere di no. Poi arriva il giorno che vinci e lui è al traguardo perchè siamo in vacanza. Bhè, io ho fatto gli ultimi 200 mt di corsa a cercare il suo viso e quando lo incroci vedi la fierezza di un ragazzino di vedere il suo papà un po’ eroe.  Un altro grande momento risale al Gran Trail Valdigne di anni fa. Sul percorso ho avuto modo di conoscere Michele Cargiolli affetto da una terribile malattia, la Lesch-Nyhan che porta all’autolesionismo chi ne è colpito.  Da quel giorno molti aspetti della mia vita sono cambiati e ancora oggi ringrazio il cielo di avermi fatto incontrare queste splendide persone. Per ultimo il momento che deve sempre avvenire… perchè bisogna lasciare aperto il cuore e la mente sempre, il mondo non si ferma mai. E dobbiamo stare al passo.

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