Dilettantismo e professionismo

Dilettantismo e professionismo

Yuki Kawauchi sogna di correre la maratona di Parigi. Difficilmente riuscirà a scendere sotto le due ore e otto minuti, suo personale stabilito nel 2013, anche se molto probabilmente ripeterà i tempi che lo hanno fatto arrivare in più competizioni alle spalle degli atleti Kalenji keniani e Oromo etiopi. Ma quelli, si sa, con quella manciata di minuti e secondi che li separano da Kawauchi, corrono sopra un soffitto di vetro che un bianco professionista difficilmente riesce a sfondare.

Yuki è arrivato sesto alla maratona di New York del 2015: primo bianco, primo non professionista.

Per le sue doti, la sua umiltà, tenacia e forza, in Giappone è venerato come un antieroe, un anti-conformista, che riesce con enormi sacrifici ad allenarsi due ore al giorno tutti i giorni prima di timbrare il cartellino.

Non fa parte di nessuna squadra, non ha allenatori.

Lavora in una scuola, il pomeriggio, dalle 13 alle 20. E’ un dipendente pubblico e si allena al mattino. Si alza alle sette, va a correre, torna a casa, si prepara e prende i mezzi pubblici che lo portano fino al suo luogo di lavoro. Rientra a casa alle 21 e trenta.

Nei giorni di vacanza degli studenti, in estate e inverno, cambia turno e lavora dalle 8:25 alle 16:25. Così per allenarsi si alza alle cinque e mezza del mattino. In questo modo in un anno riesce a percorrere 600 chilometri, mentre un atleta professionista ne corre come minimo 800.

Yuki Kawauchi

Ma mentre un atleta professionista prepara tre maratone all’anno, nel 2013 Kawauchi è riuscito a correrne undici, di cui quattro con tempi intorno alle due ore e dieci (2h08’15” e 2h08’14” a soli quarantadue giorni di distanza tra una gara e l’altra, o addirittura 2h09’05” e 2h09’15” con un intervallo di appena quattordici giorni). Lo scorso anno ne ha corse tredici. Nessun altro runner di elite mondiale corre così tante gare in poco tempo. Kawauchi è un meraviglioso dilettante, che trova soddisfazione e piacere nella corsa, senza bisogno di essere pagato, o di correre per il premio in denaro, o di trovarsi uno sponsor. Detesta la disciplina di squadra. In Giappone le grandi compagnie hanno le loro squadre aziendali, e chissà quante gli avranno offerto di far parte dei loro team, in cambio di un’assunzione fittizia e l’impegno ad allenarsi tutti i giorni, sotto la direzione di allenatori sergenti di ferro. Tutto come nella migliore tradizione del Sol Levante.

“In Giappone l’allenamento ruota intorno a regole ferree. Molti coach sono convinti che solo un superallenamento, severo e faticoso, aiuti a forgiare una mentalità forte, necessaria per vincere. E’ un’idea tipicamente nipponica, però secondo me non ha basi scientifiche: gli atleti non sono macchine”, dice Kawauchi.

Anche lui ha avuto allenatori di quel tipo, a partire da sua madre, che da piccolo lo faceva correre al parco sotto casa, prendendo i tempi. Al ritorno dagli allenamenti suo padre gli massaggiava le gambe. Ora non c’è più e forse la sua mancanza gli ha fatto decidere di fare a meno di allenatori, società, diete ferree e tutto quanto di muove attorno a prestazioni così eccezionali.

Un giorno, dopo aver sentito un compagno di università parlare del semplice piacere di correre, e Kuichi decise di voltare pagina.

“Mi sono reso conto che fino ad allora avevo corso per gli altri. Per mia madre, per l’allenatore, per la scuola, per l’università…Insomma, correvo con la paura di non soddisfare le aspettative di qualcun altro. Da quel giorno ho iniziato a correre solo per il mio piacere. Quando ero un ragazzino avevo represso le mie emozioni. Ora finalmente mi diverto”.

Queste parole fanno capire più di altri discorsi la migliore definizione di dilettantismo.

Dice la Treccani:

dilettantismo s. m. [der. di dilettante]. – 1. Qualità, condizione e atteggiamento di chi si dedica a un’arte, a una scienza, a un’attività con spirito da dilettante, o mostra scarse capacità, attitudini e preparazione nell’attività che svolge, anche professionalmente; sinon. quindi spesso di superficialità, faciloneria: dare prova di dilettantismo. 2. Svolgimento di attività sportive senza intendimenti professionistici e senza mire di guadagno. Certificato di d., documento indispensabile per la partecipazione di un atleta alle Olimpiadi, contenente la sua dichiarazione di essere dilettante (cioè non professionista), confermata dalla competente federazione.

Kawauchi è stato soprannominato the citizen runner: ha tolto ogni sovrastruttura allo sport, lasciando solo la corsa, nella sua purezza.

In ogni caso, purezza e dilettantismo sono solo parole e – agli occhi di oggi –  lo sport obbligatoriamente amatoriale come requisito per partecipare alle Olimpiadi è un concetto superato, tanto è vero che dai Giochi di Seul anche gli atleti professionisti possono partecipare alle olimpiadi.

Il barone De Coubertin aveva insistito sul disinteresse nella competizione sportiva. La sua frase su vittoria e partecipazione ci è stata ripetuta alla nausea fin da quando eravamo piccoli.

C’erano dei motivi che avevano portato il barone a questa convinzione.

Da un lato, in antichità, si era sviluppata una critica al professionismo, perché l’allenamento estremo snaturava le competizioni e soprattutto creava un disequilibrio nella natura e nell’armonia dell’uomo.

Questo diceva degli atleti il filosofo Galeno a Pergamo, nel II secolo d.C.:

Accumulano in massa muscoli e sangue, ma la loro anima è spenta, come sommersa sotto un cumulo di melma… è vero che gli atleti traggono qualche giovamento dalla loro attività, ma capita che gli allenatori prendano sotto la propria guida molti atleti dal fisico in tutto armonioso, li facciano ingrassare rimpinzandoli di carne e di sangue e, così facendo, ottengano il risultato contrario, ne facciano cioè diventare alcuni brutti e deformi, soprattutto nel volto, specialmente quando praticano il pancrazio o il pugilato

La fine delle Olimpiadi fu decretata dall’imperatore Teodosio, su istigazione del vescovo Ambrogio, perché retaggio del mondo pagano.

Ma la religione influenzava anche il pensiero liberale dell’Ottocento. Per i puritani anglosassoni, l’atleta professionista era equiparato a un peccatore. La corresponsione di denaro per la vittoria di una gara o di una scommessa sulle prestazioni di un atleta, veniva vista come uno svilimento della dignità umana, oppure come la mercificazione di un’attività altrimenti nobile.

Questi, gli ideali. Peccato che chi trovava il tempo di allenarsi erano solo quelli che non dovevano lavorare per vivere, cioè i nobili come De Coubertin, oppure chiunque si trovasse in sufficiente agiatezza da poter disporre del proprio tempo senza essere schiavo del bisogno.

Il barone non voleva che i Giochi a cui cercava di ridare vita venissero strangolati dall’interesse e si batté per questo fine. Si trattava in realtà di una battaglia combattuta nella trincea dell’ipocrisia, tendente a salvaguardare il carattere aristocratico dello sport. Nello stesso periodo del congresso che rilanciò i Giochi, un osservatore americano così si esprimeva a proposito dello sport in Inghilterra: “Perché ci si debba continuamente sforzare di unire nello sport i due elementi divergenti della società che mai, in nessun caso, s’incontrano altrove su basi di parità è completamente incomprensibile… La classe lavoratrice sta bene al suo posto… lasciamo che si faccia le sue gare di atletica come meglio si addice alle sue inclinazioni… Lasciamo che il nostro sport [degli aristocratici] sia praticato fra gli elementi più raffinati e non permettiamo che vi entrino gli spiriti della discordia” (A. Guttman, Dal rituale al record, Napoli, ESI, 1994).

Nel rigoroso confine fra il lucro e il disinteresse stavano da un lato atleti come Henry Pearce, il vogatore australiano che durante le Olimpiadi del 1928 ad Amsterdam, in una batteria della sua gara, si fermò per lasciar passare delle anatre (poi recuperò e passò il turno, arrivando alla fine anche alla medaglia d’oro). La poesia.

Dall’altro stavano i cagnacci, come Carlo Airoldi, lombardo di Origgio, provincia di Varese, ex operaio della fabbrica di cioccolato, ciclista passato al podismo perché la bici si era rivelata troppo fragile per lui: 125 cm di torace, 45 cm di bicipiti, per vivere si esibiva facendosi spaccare pietre sul torace, o come mangiatore di fuoco. Oppure campava di scommesse strampalate, come gare fra uomo e cavallo, uomo e biga romana.

Secondo i nasi fini del Comitato olimpico di Atene 1896, Airoldi era già un professionista e non poteva prendere parte alla maratona, come avrebbe voluto.

Ma tutto questo Airoldi non lo sapeva. Un po’ per mancanza di denaro, un po’ per guasconeria, dichiarò che sarebbe arrivato ad Atene a piedi.

Carlo Airoldi

Partì da Milano il 28 febbraio 1896, portandosi dietro come bagaglio un solo cambio di camicia e pantaloni, oltre a un coltello per le notti da passare in solitudine. La prima tappa lo fece arrivare, dopo 20 km, a Gorgonzola. Poi, come ha ricostruito lo storico e statistico bresciano Bruno Bonomelli, nel corso di quella che sicuramente deve essere considerata una grandissima impresa, coprì 1328 km a piedi, salvo piccoli tratti su piroscafo nei passaggi obbligati. Toccò le città di Brescia, Verona, Vicenza, Treviso, Portogruaro, San Giorgio di Nogaro, Palmanova, Trieste, Basovizza, Kosina, Fiume, Senj, Karlobag, Zara, Sebenico, Spalato, Ragusa, facendo in piroscafo il tratto da Ragusa a Corfù fra il 26 e il 27 marzo, e quello da Corfù a Patrasso sempre il 27 marzo. Due giorni dopo era a Corinto e il 31 marzo concluse con il tratto di 22 km da Eleusi ad Atene. In media camminò dai 45 ai 65 km al giorno. Di quella marcia parlarono i pochi giornali esistenti e la sua fama lo precedette. Serviva come propaganda per i Giochi Olimpici che tornavano a vivere, anche se de Coubertin e il Comitato olimpico sapevano benissimo che non avrebbe mai potuto partecipare alle gare perché dichiaratamente professionista.

Per Airoldi fu un’ingiustizia, tanto più che sapeva di avere i numeri per imporsi. In precedenza aveva vinto anche una Milano-Marsiglia-Barcellona, 1050 km in 12 tappe, distanza percorsa in 397 ore per guadagnare un premio di 2000 pesetas.

Il pendolo fra disinteresse e lucro, fra dilettantismo e professionismo aveva continuato a oscillare. Con il passare del tempo, divennero accettabili pratiche di pagamento che agli inizi del secolo sarebbero stati considerati eresie: l’arruolamento nell’esercito nei paesi del blocco comunista; così come l’inquadramento nelle strutture sportive nelle varie Armi da noi in Italia. Ma ufficialmente erano tutti dilettanti, e le federazioni sportive rilasciavano il certificato di dilettantismo, ma lasciando fuori dalle Olimpiadi chi si dichiarava professionista.

Solo con le Olimpiadi di Seul del 1988 il Comitato Olimpico decise di sgomberare il campo dalle ipocrisie e accettare nelle competizioni olimpiche anche i professionisti.

Con lo spettacolare arrivo del Dream Team di basket della NBA americana alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, il finto dilettantismo era finito.

Il confine fra fair play e scorrettezza si era spostato nel campo del doping e dei controlli.

In tutto questo processo anche i significati delle parole sono trasmutati.

Verrebbe da fare una domanda alla Marzullo:

  • è più professionista il dilettante che sacrifica il suo tempo e ritaglia una parte delle sue giornate che deve dividere fra famiglia, lavoro e affetti, che sono la priorità;
  • oppure è più dilettante il professionista che vive del suo sport, grazie a ingaggi, stipendi e sponsor ed è sicuramente appoggiato dalla famiglia perché il suo lavoro garantisce per lui?

Quale significato ha la corsa fra chi deve fare i salti mortali per trovare il tempo e chi invece non deve fa altro che correre e seguire la dieta prescritta dal medico?

Chi fa più fatica? Chi si allena meno perché obbligato dalle circostanze, oppure chi si allena di più perché ha disponibilità di tempo?

Senza togliere nulla a chi ha meritato di essere professionista per evidente talento e risultati, queste domande sembrano portare a nuove definizioni.

Allora, per rispondere a Marzullo, forse il dilettante è più professionista del professionista?

Oppure era più dilettante Carlo Airoldi che faceva gare di corsa per vincere il premio o prodezze per amor di scommessa, oppure lo erano di più gli aristocratici che praticavano sport perché non avevano altro da fare?

Yuki Kawauchi è diventato la bandiera di chi – per puro (stavolta si!) amore della corsa – pratica lo sport da dilettante. Sono – siamo – milioni. Siamo il novantanove per cento, verrebbe da dire.

Chi lo ha scritto