Appunti di TOR

Appunti di TOR

Sono passate ormai alcune settimane dal Tor des Geants, ed ogni volta che penso ai mesi di preparazione e a quelle 40 ore di gara, vado in blocco. E’ una danza di “se” e di “ma”, un alternarsi tra la sensazione di aver vissuto a mille per due giorni e quella di esser rimasto sospeso nel vuoto per tutto quel tempo. Proverò un’ultima volta a riavvolgere il nastro di questa avventura perché non farlo sarebbe come lasciarla inconclusa, ma vi avverto: questa non è una storia a lieto fine. Non c’è nessun arrivo trionfante sul traguardo, nessun pianto sul Malatrà. Per quelli dovete cercare altri racconti, altri eroi.

Chiudo gli occhi e sono di nuovo là a Courmayeur, ai nastri di partenza. Incredibilmente sono riuscito a dormire stanotte. Parte la musica, bella tamarra: Occidentali’s Karma. Controllo gli adesivi di AMRI (l’associazione per le malattie reumatiche infantili, per cui ho scelto di correre): tutti a posto. Chiudo gli occhi e respiro profondamente. Cambia la musica: Pirati dei Caraibi. Ci siamo. Da quanti anni immaginavo questo momento? Conto alla rovescia, breve live su instagram per le mie giovani fan, lo speaker urla: si parte! Con la musica che pompa sempre di più e due ali di folla che urlano mi commuovo già. Dura poco, perchè tutti corrono ed io inizio ad imprecare: ma dove volete andare??! Due curve di rito ed inizio a camminare, ché mi sono allenato per questo, mica per i 400 alle Olimpiadi.

La salita per il Col d’Arp è una processione, tutti incolonnati e passo lentissimo, ma nessuno osa superare. Meglio, mordo il freno. Passo qualcuno quando il sentiero si allarga, ma tengo d’occhio le pulsazioni e inizio a mangiare, che non c’è fretta! Finalmente arriva il colle, iniziavo già ad annoiarmi. La discesa è ancora peggio, però: dopo poco diventa bella dolce e corribile. Ma io conosco i miei limiti ed il mio diktat: ho già dovuto correre alla partenza, ora basta eh! Così mi ripassano tutti quelli che avevo ripreso in salita, con gli interessi. Me la rido a sentire la gente che mi passa correndo con il fiatone, ma dove volete andare (e due)?! Prima di La Thuile incontro Davide del gruppo sportivo di Sant’Olcese (comune adiacente Genova) che mi accompagnerà per un breve tratto, così per non deluderlo accenno una corsetta ogni tanto. Breve ristoro e via, che il Tor non è nemmeno ancora iniziato.

La salita verso il Deffeyes e Passo Alto è bella ed il tifo è ancora incredibile. La gente urla il tuo nome e mi diverte come la mia giovane età ed i miei capelli violacei attirino l’attenzione. Tutta motivazione, in fondo. Credo che il Tor inizi ad iniziare (che cosa complicata!) con il Col Crosatie: si va verso sera, pochi fan si spingono fin qui e lentamente il gruppo inizia ad allungarsi (scusate, troppo ciclismo in TV). Sto bene, ogni tanto supero qualcuno, ogni tanto rallento e prendo il passo del gruppetto di turno. Scollino al tramonto, ma mi sento poco poetico, quindi mi distraggo con una instagram story e inizio subito a scendere, perchè fermarsi a fare il romantico significherebbe solo prender del gran vento. La discesa ed il successivo falsopiano per arrivare alla prima base vita in Valgrisenche sono infinite, mentalmente è stato il tratto più faticoso del Tor. La base vita semplicemente non arriva mai, è buio e compaiono i primi indolenzimenti.

Comunque infine eccoci, grazie ad un concorrente in vena di chiacchiere sono sopravvissuto agli ultimi noiosi chilometri: base vita, la prima. WOW. I veterani del Tor e i superatleti qui arrivano con una tabella precisa e spesso son fuori in poche decine di minuti. Il mio piano era tutto un “vediamo man mano” e piombo nel caos. Doccia si o doccia no? Mangiamo, ma cosa? Massaggio SI ma all’inizio, alla fine o a metà? Nonostante tutte queste domande e l’ansia a mille prendo la borsa gialla con nonchalance (WOW, la borsa gialla!), mi lavo, perdo ore a prelevare e reinfilare la roba nella borsa e nello zaino, mangio, vado a farmi fare il massaggio. Sono fortunato e capito in un momento di calma, dopo pochi minuti mi trovo circondato: un massaggiatore per gamba, una ragazza che mi masaggia la schiena e due che mi fasciano i piedi. Ero entrato con un principio minuscolo di ciocca, forse dettato dall’ipocondria, ed esco con i piedi fasciati come le ferite di un eroe di guerra. Eccezionale. Ghiaccio spray di rito sulle ginocchia, accendo la frontale e via, nella notte, la mia prima notte al Tor des Geants. Mi concedo qualche momento social, leggendo i messaggi e mandando un paio di foto, poi inizia la salita, inizia il Tor.

La seconda tappa è mastodontica, son solo tre salite, ma il dislivello sfiora i 5000 metri. A me la notte piace, e vedere la linea di frontali che risale la montagna è affascinante, ma è alienante. Il Col Fenetre non è una salita durissima ed è spezzata da un bel rifugio dove faccio il pieno di caffé, ma la discesa è forse la peggiore di tutto il Tor. A Rhemes vedo un bollito misto di volti, e siamo solo alla prima notte! Sull’Entrelor inizio il gioco dei sorpassi, tenendo la conta delle posizioni guadagnate per mantenere la concentrazione (non che avessi idea del mio piazzamento), lo perdo a fine salita, quando diventa tutto un puntellare i piedi, per buona pace dei miei tendini d’achille. Arrivo al colle e benedico i due ragazzi che presiedono il passo e che mi offrono del thé caldo. E’ una signora salita, e ho superato gente bella stravolta: non riesco a immaginare quale calvario questa tappa debba essere per gli ultimi. Giù in Valsavarenche, per fortuna la discesa è più dolce dell’altro lato e trovo scendendo un ristoro “abusivo” in una malga: altro thè caldo, che l’erba è ghiacciata e siamo sotto lo zero. Me ne accorgo non tanto dalla temperatura percepita, ma dalle continue pause-pipì: il freddo mi fa quest’effetto, scusate!

Ad Eaux Rousses il clima è migliore e si festeggia il nuovo giorno a suon di minestrina. Nessuna fretta di ripartire ché la prossima è una bella bestia: con 3300m e oltre 1600 di dislivello il Loson è la Cima Coppi del Tor. Dopo le prime decine di minuti il mio gioco dei sorpassi ristagna, così mi stizzisco ed accelero il passo, ma solo per poco, che la strada è ancora lunga. Si sale, si sale e si sale ancora, il sentiero non è difficile (per la gioia dei miei tendini d’achille già provati) ma è semplicemente infinito. Faccio un paio di pause e arrivo al colle dopo più di tre ore di salita tutto sommato piacevole nella prima parte, ma solo estenuante nel finale. Questa volta mi concedo una foto in cima e guardo giù: arrivare a Cogne è come tornare a casa ed il Loson lo avevo salutato nel 2015 con una promessa: ci vediamo tra due anni! Promessa mantenuta e morale alto, sto visibilmente meglio di chi ho attorno ed entro nei “miei” sentieri: qui ho passato tutte le estati della mia vita e ho sognato per anni questo giorno. Nella discesa sul Rifugio Sella però il morale cambia: è noiosa e voglio solo arrivare, in più inizio ad avvertire qualche fastidio al ginocchio destro.

Minestra al ristoro e due chiacchere con dei turisti, al solito età e capelli attirano l’attenzione e mi  danno un’occasione per distrarmi. Riparto e in pochi metri cambia tutto. Il ginocchio smette di essere un fastidio ed in breve si trasforma in un problema antico: la bandelletta ileotibiale pendeva come una spada di damocle sul mio Tor e dopo anni a combatterla ad un ginocchio mi manda ko l’altro in maniera quasi beffarda, crudele. Comunque “finita è quando arbitro fischia” e procedo, cercando di capire come evolve e pensando solo all’imminente base vita. Una classica domanda che mi è stata fatta spesso è “a cosa pensi in tutte quelle ore?”.

La verità è che ho iniziato a pensare scendendo verso Cogne, quando ho capito che qualcosa non andava e ho cercato distrazioni. Ha ragione Murakami quando dice che “Quando corro, semplicemente corro. In teoria nel vuoto. O viceversa, è anche possibile che io corra per raggiungere il vuoto. In quella sospensione spazio-temporale, pensieri ogni volta diversi si insinuano naturalmente nel mio cervello. E’ naturale, perché nell’animo umano non può esistere il vuoto assoluto.”

E’ il bello del Tor: non esiste altro che il momento che stai vivendo, nessun altro pensiero oltre al passo che farai, a quando mangiare, a quando bere, all’analisi quasi meccanica delle proprie sensazioni. E’ vita ripulita di tutte le ansie e le preoccupazioni della città, della routine. La storia del mio Tor va avanti: 3 ore di sosta a Cogne tra una birretta (chiaro segno di rassegnazione: era una Menabrea..) chiacchiere, massaggi, kinesiotape, una breve (e scadente) dormita e tanto ghiaccio. Poi il tentativo di ripartire ormai claudicante, il passaggio davanti a casa, la lenta salita verso la Finestra di Champorcher scortato da un concorrente veneto improvvisatosi mia guardia del corpo e angelo custode e le speranze che definitivamente vengono spazzate via dal vento gelido in discesa, con gli ultimi 5km percorsi in quasi due ore.

Fino a Champorcher, chilometro 133, dove anche l’orgoglio si è dovuto arrendere all’evidenza. Ma forse il mio Tor è finito prima ancora di Cogne, quando il cervello ha abbandonato la ricerca del vuoto e ha iniziato a divagare, consapevole che questa avventura non sarebbe arrivata in fondo. Di quelle 40 ore di Tor mi rimangono tanti dolorosi “se” (se mi fossi fermato di più, se fossi andato più piano…), ma anche la consapevolezza di esser ripartito da Cogne con una freschezza fisica e mentale insperata, segno di una buona gestione delle energie. Mi rimane ancora la pelle delle ginocchia devastata dal ghiaccio spray e persiste l’infiammazione alla bandelletta.

Ma soprattutto mi rimane il braccialetto al polso, simbolo di un’avventura sognata da anni ma che, forse, non ho voluto abbastanza fortemente. Lo terrò al polso per ricordare a me stesso e a chi mi sta intorno da dove vengo e dove voglio andare, per ricordare che in qualsiasi contesto mi trovi in fondo al mio pensiero ci sono sempre queste montagne. Lo terrò per ricordarmi che, nonostante abbia ricevuto tantissimi messaggi e congratulazioni per quanto fatto, questa deve rimanere una sconfitta. Perché solo così potrò migliorarmi, potrò andare oltre il mio limite, potrò cercare la prossima avventura e,soprattutto potrò tornare a terminare questa.

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